lunedì 19 dicembre 2016

Alessandro Bazan in mostra a Milano.


Dopo la mostra personale “Divagante” alla Pinacoteca Comunale di Marsala, Alessandro Bazan torna, dopo tanti anni, ad esporre a Milano (l’ultima personale milanese si era tenuta a Palazzo della Ragione nel 2006).
Il titolo della mostra “Tutto” è il punto d’arrivo di una riflessione dell’artista, secondo cui l’obiettivo finale di ogni pittore è riuscire a dipingere tutto con la stessa naturalezza e facilità.
Pur avendo un’attività più che decennale e molte mostre sia in spazi pubblici che in gallerie private questa mostra è la prima personale in una galleria privata a Milano
L’artista palermitano presenta una quindicina di opere che illustrano la sua produzione più recente. Il nuovo ciclo di opere rappresenta una ulteriore maturazione dell’artista, coerente con quella metodologia di lavoro sulla figurazione, che in Italia ha cominciato ad emergere nei primi anni ’90, rilanciando la narrazione, se non addirittura la cronaca, nell’ottica della pittura.
Le immagini dei quadri di Bazan ricercano un magico realismo in bilico tra reale e onirico, in esse i dettagli si perfezionano e i contesti si caratterizzano quanto i personaggi, spesso i soli abitanti del quadro.



Alessandro Bazan (Palermo, 1966) esordisce sulla scena artistica alla fine degli anni Ottanta, in un contesto culturale caratterizzato già da alcuni anni da una rinnovata attenzione alla pittura e da una contaminazione tra forme e generi rivendicata anche dalla Transavanguardia in Italia e dai Neue Wilde in Germania.
Sin dall'inizio, le sue opere rivelano però una diversa strategia delle immagini, che mentre guarda attentamente alla pittura e alla sua storia, incrocia costantemente linguaggi e fonti visive tipici di altri codici espressivi, in particolare del cinema e del fumetto (o, con termine corrente, della graphic novel italiana di quel periodo).
A partire dalla prima metà degli anni Novanta Bazan definisce alcuni caratteri centrali della propria maniera: un segno rapido e talvolta corsivo, un repertorio dove l'elemento quotidiano vira spesso in una dimensione più sospesa e fantastica, una attenzione alla trascrizione del dettaglio il cui accumulo determina un continuo rallentare e indugiare dello sguardo sulla superficie del dipinto. Sono gli anni della cosiddetta Scuola di Palermo (con Francesco De Grandi, il compianto Andrea Di Marco e Fulvio Di Piazza), una delle realtà riconosciute come più vitali e importanti della scena artistica italiana e non solo; un sodalizio piuttosto che un gruppo nella accezione stretta del termine, con una diversità di approccio e di metodo in cui la figurazione di Bazan precisa quell'aspetto “divagante” che rappresenta il suo modo di indagare l'esercizio della pittura.


Alessandro è un amico, oltre che quasi un parente, e io non sono un esperto di arte, per cui questo articolo, che dovrebbe parlare della sua arte, potrebbe finire qui, ancor prima di iniziare.
Ma per fortuna lui è il primo a sostenere che la sua pittura deve innanzitutto appagarti completamente, nell'attimo in cui percepisci l'immagine, e a me m’appaga e, purtroppo per voi, stimola in me pensieri e parole.
E poi nei suoi quadri c’è lui, il suo modo di essere, espresso in una maniera così evidente, che sono pezzi di lui, e conoscerlo personalmente, parlare con lui, osservare il suo apparentemente svagato modo di relazionarsi con te, persino percepire il suo affetto, tutto questo lo ritrovo nei suoi quadri, direttamente travasato. E’ lui, inconfondibile Alessandro, come se avesse la capacità di spremere se stesso direttamente dal tubetto del colore e lasciarsi spandere sulla superficie della tela. Per cui quando vedo un suo quadro mi viene alla bocca un saluto, e magari non ci vediamo da mesi: Ciao Ale!

Eppure è evidente anche ad un profano che c’è tanta tecnica, accademia, abilità, la storia dell’arte, dietro le sue pennellate e i suoi disegni. Ma forse questa evidenza non fa che confermare la sensazione che si tratti di un artista grande, maturo e sincero. Capace di usare la tecnica e lo stile personale per esprimere il mondo che lo circonda così come lo vede, mediato, come è giusto, dalle sue passioni ed idee, dalla sua storia, dall’ambiente, ma naturalmente, senza forzature, quasi che la tecnica sia scomparsa. L’unica strada che segue è quella ineluttabile che ognuno di noi è costretto a seguire: la famiglia, le nostre passioni, le persone che abbiamo incontrato, la musica che abbiamo ascoltato, i posti che abbiamo visitato, le donne e gli uomini che abbiamo amato, vizi, paure, desideri. Tutto questo si stratifica in noi e rimane lì a fermentare, come un mosto. Poi ci sono gli artisti, come Alessandro, che hanno la capacità di fare il vino buono, e la generosità di farcelo assaggiare.

Negli ultimi anni le figure umane di  Bazan sembrano essersi semplificate, stilizzate, filiformi, e anche il soggetto protagonista sembra quasi scomparso, tranne eccezioni grandiose (Giuseppe)  e tutti i soggetti sono sullo stesso piano. Ci ricordano quelle dei manieristi da cui hanno tratto un campionario di posture forzate e apparentemente innaturali, i personaggi fatui delle scene galanti rococò la cui leggerezza era una danza sopra l’abisso, il teatro espressionista dei pittori della Brücke, in termini di assonanze formali forse più prossime a quelle di Otto Müller che di Kirchner, la tragica compromissione con lo spazio delle silenziose presenze di Giacometti.

Il suo linguaggio è stato sempre sintetico e fortemente espressivo, un linguaggio che si rifà sia alla tradizione della pittura che ad altri territori - più pop - della cultura visiva, fumetto e cinema noir in testa, colto e popolare. L'ambientazione preferita dei suoi quadri è una quotidianità allucinata e indolente, a tratti grottesca, a tratti malinconica, in cui uomini e donne si muovono in interni domestici come in improbabili foreste o spiagge, o per le strade di una Palermo a volte squallida a volte lussureggiante, dipinti con pennellata veloce e colori accesi e contrastati. Ricorrente è anche la scelta di temi e soggetti legati alla passione di Bazan per il jazz, la musica che più si avvicina, con tutti i suoi scarti e le sue improvvisazioni, al modo di dipingere dell'artista.
Alle volte le inquadrature sembrano aver colto il soggetto nel momento di  massima potenza. Il colore è infuocato come certe giornate il paesaggio qui in Sicilia. Al contempo sembra che tutto si svolga in un posto qualunque, in cui il tempo è fermo e le persone non fanno nulla se non incendiarsi e congelarsi.

“Una pittura senza centro. Molteplice, dinamica per vocazione: sul piano dei riferimenti iconografici, delle articolazioni tonali e formali, dell’energia, della narrazione. Tutto si muove, nei quadri di Alessandro Bazan. Sfugge, s’attorciglia, scivola, avanza a zig-zag. E in questo dondolio la sintesi è misteriosamente antinarrativa, ambigua: i meriggi assolati e le notti metropolitane, svuotati di ogni suono; le piccole scene incantate; gli interni zeppi di dettagli, improvvisamente congelati.
Così, il pittoresco si contraddice, incontrando l’enigma; il racconto si perde, polverizzando la trama; la cronaca si sfilaccia e poi si nega, tra spaesamenti e slittamenti. E ciò che la pittura organizza, costruisce, illustra, la pittura stessa dissolve in una sintassi aperta, sinuosa. Col jazz, inossidabile amore, che torna nei temi, nei ritmi, nelle scritture”.


DALLA PITTURA, AL CINEMA, AL FUMETTO, non si contano i rimandi ad autori del Novecento europeo (Guttuso, Pirandello, Picasso, Giacometti…), ma anche al realismo americano di Hopper o al mondo dei fumetti. Mentre il cinema e il teatro – nel gioco di tagli, inquadrature, piani paralleli, finestre e quadri nel quadro – prestano la logica del regista all’occhio del pittore.
E sono decine di figurine filiformi, fiammeggianti, quasi dissolte; paesaggi urbani ripresi dall’alto, grattacieli, scorci di spiagge; gruppi di persone tratteggiati con rapidità, ma strutturati con rigore, dalla siesta chiaroscurale di Ragazze schifosette (2010), allo scenografico Collettivo (2011), dove anche un tavolo assomiglia a un palco e una tela ad un fondale; campi assolati e malinconici, come i minuscoli gioielli Pobre (2016) e Ognun per sé (2006); strumenti muti, a riposo (Batteria, 2007), villette d’epoca disabitate (Villino di Mondello, 2006), o ancora il metafisico set magenta di Ok Corral (2009), direttamente da un western pop-visionario, tra Antonioni, Schifano e Sergio Leone.

Sul fondo, il giallo ocra di una Sicilia divenuta orizzonte esistenziale, più che descrizione: là dove la materia si disfa e si consuma, il racconto non ha definizione. Pittura tutta mediterranea, sospesa. Tra mille piani di solitudine e rumore.

Alessandro Bazan “Tutto”
inaugurazione 10 Novembre dalle ora 18.30
11 Novembre – 31Gennaio
Galleria Giuseppe Pero
Via Porro Lambertenghi, 3
20159 Milano
+39 02 66823916
info@giuseppepero.it
http://www.giuseppepero.it/mostre/alessandro-bazan-tutto/

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